FINESTRA SUL CORTILE
di Cesare Cioni

(da "DVD World" n. 26, Febbraio 2002)



VOGLIO DANZARE CON TE  (seconda parte)

Concludiamo la carrellata iniziata il mese scorso alla riscoperta di uno dei generi più spettacolari e più fortunati dell’universo filmico: ilmusical, che dalle prime pellicole sonore a oggi ha accompagnato la storia del cinematografo, riuscendo a reinventarsi e rinnovarsi con il mutare dei gusti e con l’avvento delle nuove tecnologie.
Riprendiamo il discorso dove l’avevamo abbandonato, proprio nel momento in cui si stava affacciando nell'universo cinematografico un'innovazione che questo genere saprà ben sfruttare per espandere le proprie possibilità e presentare numeri musicali ancora più elaborati e grandiosi: il widescreen.
Il primo musical in Cinemascope è del resto uno dei classici più amati dal pubblico di tutto il mondo: Seven Brides for Seven Brothers (Sette spose per sette fratelli, 1954), per la regia di Stanley Donen.

Il grande Spettacolo

Tra i ballerini di Sette spose per sette fratelli spicca un giovane Russ Tamblyn che pochi anni dopo, nel 1961, sarà tra gli interpreti di un musical ancora MGM, ma completamente diverso per concezione, stile, spirito e ambientazione: West Side Story, diretto da Robert Wise e Jerome Robbins sulla base di un fortunato show teatrale di Leonard Bernstein e Steven Sondheim. C’è ben poco di teatrale nella sequenza iniziale che parte da una ripresa dall’elicottero per seguire poi le evoluzioni dei Jets e degli Sharks per le strade di Manhattan; e se i due attori principali - Richard Beymer e una Natalie Wood che fu necessario far doppiare da Marni Nixon per le canzoni - mancano di carisma, non si può dire altrettanto dei comprimari, da Tamblyn a un intenso George Chakiris, a una vulcanica Rita Moreno. È un film dinamico e moderno, disponibile anche in Italia in una buona edizione anamorfica e con audio 5.1.

Quella di utilizzare nei musical attori di richiamo, benché non fossero in grado di cantare e dovessero essere doppiati, fu un’idea che venne anche a Jack Warner, produttore di My Fair Lady, uscito nel 1964. Scartata l’ancora sconosciuta Julie Andrews, che pure aveva portato al successo lo show a teatro, Warner preferì utilizzare Audrey Hepburn, facendola però doppiare (ancora da Marni Nixon) nelle parti cantate. Il bello è che, come si può constatare nei due brani che fanno parte degli extra del DVD disponibile anche in Italia, la Hepburn non se la sarebbe cavata affatto male anche con la propria voce! Per la parte del professor Higgins Warner avrebbe voluto sostituire a Rex Harrison il più “commerciabile” Cary Grant, ma, fortunatamente, questi si rifiutò (e, anzi, affermò che se la parte non fosse andata a Harrison non sarebbe neanche andato a vedere il film); il resto è storia.
Il disco è interessante: un buon transfer anamorfico, audio in inglese 5.1, il commento del direttore artistico e un documentario sulla realizzazione del film completano un’ottima edizione. In questo caso, più che mai, è da raccomandare la visione in lingua originale, piuttosto che quella della versione italiana in cui sono state doppiate anche le canzoni.

Julie Andrews si vendicò dell’esclusione da My Fair Lady portando via alla Hepburn il premio Oscar per la migliore attrice con Mary Poppins (anch’esso del 1964), a tutti gli effetti un ottimo musical con le splendide canzoni dei fratelli Sherman. Peccato che anche questo film sia per il momento disponibile in Italia solo su un DVD a dir poco deludente... letterbox non anamorfico, totalmente privo di extra, senza sottotitoli in italiano, e soprattutto, su un disco a doppia faccia che dev’essere girato a metà film! Mi auguro che la Disney ne pubblichi presto una nuova edizione un po’ più dignitosa, simile a quella USA, che è anamorfica e con un ricco corredo di materiale aggiuntivo.
Julie Andrews confermò il proprio talento l’anno successivo con un altro classico del genere: The Sound of Music (Tutti insieme appassionatamente, 1965), liberamente ispirato alla vera vicenda della famiglia Trapp. È un po’ troppo melenso per i miei gusti, ma riscuote tuttora parecchio successo a ogni passaggio televisivo (di solito in periodo natalizio - anche quest’anno non ha fatto eccezione); è per ora disponibile in DVD solo in una bella “collector’s edition” americana in due dischi, da non perdere se siete fan del film.

Nel 1968 debutta sullo schermo una delle cantanti più brave del secolo, forse la mia preferita in assoluto: Barbra Streisand con Funny Girl, di William Wyler con coreografie di Herbert Ross. Il magnetismo e la presenza scenica della protagonista (che le valsero l’Oscar come migliore attrice) salvano quello che in realtà è un film di medio livello, e che segna l’inizio del declino del genere. Il DVD relativo, disponibile sia in Italia che negli Stati Uniti, è stato realizzato partendo da una copia recentemente restaurata della pellicola e merita comunque l’acquisto, non solo per la bravura della Streisand ma anche per i due documentari a lei dedicati che lo completano.

Dagli anni ’70 in poi

Negli ultimi decenni il musical vero e proprio è stato un genere meno frequentato, soppiantato da varie forme di film-concerto o di “opera rock” come Tommy degli Who (in realtà una specie di oratorio, dal quale Ken Russell nel 1975 ha ricavato anche un film non banale, disponibile in DVD sia in Italia che in America) o The Wall dall’omonimo album dei Pink Floyd, punto di partenza per un eccellente pellicola di Alan Parker splendidamente riversata in digitale. Per la maggior parte si assiste a trascrizioni cinematografiche non completamente riuscite di spettacoli teatrali, come Hair, diretto da Milos Forman nel 1979, anch’esso rintracciabile in DVD da ambo i lati dell’oceano; e pochi sono i film veramente originali.

Tra questi, per chi ha la mia età è memorabile Jesus Christ Superstar (1973) realizzato da Norman Jewison sulla base di un fortunatissimo spettacolo teatrale del musicista inglese Andrew Lloyd Webber (al quale si devono anche, tra gli altri, i musical Cats, disponibile in DVD, e Evita, dal quale è stato tratto un film di Alan Parker, meno riuscito, con Madonna e Antonio Banderas). Jesus Christ Superstar presenta una versione particolare e dissacrante della Passione di Cristo che all’epoca non mancò di suscitare polemiche, e che oggi risulta un po’ datata e persino ingenua. La musica però è ancora degna di nota e certe immagini restano attuali (penso a Giuda inseguito dai carri armati nel deserto della Palestina). Il film è uscito in DVD solo negli Stati Uniti, mentre il disco che trovate in catalogo in Europa contiene una versione filmata dello spettacolo teatrale.

Nel 1977 un grande regista hollywoodiano, Martin Scorsese, si cimenta con il genere e realizza un film non perfetto, ma di grande impatto: New York New York. Con l’apporto dell’immenso talento di Liza Minnelli e di Robert De Niro, Scorsese racconta la carriera e le difficoltà coniugali di una cantante e di un musicista dagli anni ‘40 agli anni ‘70, Lo cito, nonostante il fatto che non sia ancora disponibile in DVD, perché al regista venne imposto di ridurne la durata da oltre quattro ore a poco più di due, e solo uno dei numeri musicali eliminati, il lungo balletto “Happy Endings”, è stato successivamente reintegrato. Sulla falsariga di Apocalypse Now, di Incontri ravvicinati del terzo tipo e di Superman, aspettiamo un “Director’s Cut” che permetta di vedere il film com’era nelle intenzioni del regista.

Ma il più bel musical degli anni ‘70 è senz’altro Cabaret (1972) di Bob Fosse, con Liza Minnelli, Michael York e un inquietante Joel Grey. Fosse - ballerino, coreografo e unico regista a vincere contemporaneamente un Oscar per la miglior regia cinematografica, un Emmy per la miglior regia televisiva e un Tony per la miglior regia teatrale - con questo film ha ancora una volta stravolto e rinnovato le convenzioni del genere, utilizzando i numeri musicali come commento alle atmosfere decadenti e un po’ morbose della Germania pre-hitleriana, con un’efficacia e un’originalità rimaste ineguagliate. Anche Cabaret esiste per ora in DVD solo negli Stati Uniti.

Merita una menzione anche un altro film, del quale ho parlato ampiamente in altra occasione: The Rocky Horror Picture Show, del 1975, strano e imperfetto, ma affascinante al punto di essere diventato oggetto di un vero culto, e ora disponibile in una lussuosa edizione in due dischi, simile a quella americana, anche sul mercato italiano.

Non è che non ci siano stati altri tentativi, anzi. Di tanto in tanto si è assistito a tentativi di rinnovare il successo del musical, ma per la maggior parte queste operazioni si sono rivelate un fallimento, nonostante budget stratosferici (come Annie di John Houston), ambizioni creative (cito solo One for the Heart - Un sogno lungo un giorno, di Francis Ford Coppola), o l’utilizzo di cast stellari (non posso dimenticare l’orribile Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band con i Bee Gees). Tanto da far credere a una sostanziale morte del genere.

Moulin Rouge

Un film recente mi fa invece pensare che non sia detta l’ultima parola. Moulin Rouge, di Baz Luhrmann - già autore nel 1996 di una particolarissima rivisitazione di Shakespeare con Romeo e Giulietta - ha saputo realizzare un’opera visionaria e fantastica che sembra riprendere a pieno titolo gli elementi di novità, creatività e grande spettacolo che da sempre sono caratteristici dei migliori esempi del genere. È un film che non permette mezze misure: dopo i primi dieci minuti di perplessità si può solo esserne entusiasti o detestarlo. Infatti, ancora di più di quanto avesse fatto nella sua pellicola precedente, Luhrmann non esita a trafugare, citare, mescolare e adattare elementi stilistici e formali di diversa provenienza, senza alcun riguardo per la verosimiglianza o la fedeltà storica.
Come tutti i veri artisti, il regista non ha paura di correre rischi nell'imporre la propria personale visione, e, come accade ai migliori, può succedere che il suo tentativo non sia sempre coronato dal successo, ma è in ogni caso impossibile da ignorare.
Il film in Italia è ancora nelle sale (il DVD Fox uscirà in marzo) ma è già disponibile in DVD sia in Australia (Regione 4) che in America (Regione 1). Widescreen anamorfico, colonna sonora Dolby Digital e DTS, due commenti audio, e un secondo disco ricco di documentari, versioni alternative dei numeri musicali (che permettono di apprezzare le coreografie che il montaggio del film deve sacrificare alle esigenze narrative), interviste, fotografie e trailer ne fanno un’edizione estremamente interessante.
Le due versioni sono sostanzialmente equivalenti come contenuti, tuttavia il disco australiano, che è stato corretto perché l’accelerazione del sistema televisivo PAL non alterasse la tonalità della musica e che gode della maggiore definizione permessa da questo, è totalmente privo di sottotitoli; mentre il disco americano è dotato di sottotitoli in inglese, ma soffre di alcuni problemi di sincronia nella traccia DTS.

È proprio vero, i tempi cambiano, con essi gli stili e le mode: ma il cinema, il Grande Cinema, non cessa di stupirci e di affascinarci, e pochi generi ci riescono come il musical. E poco importa se le melodie sono state scritte da George Gershwin o da Freddie Mercury, e che a interpretarle siano Gene Kelly o Nicole Kidman, purché, spente le luci in sala o nel nostro attrezzatissimo salotto, si riesca ancora ad aver voglia di cantare e di danzare con le ombre che si muovono sullo schermo davanti a noi.

(2. fine)

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