FINESTRA SUL CORTILE
di Cesare Cioni

(da "DVD World" n. 28, Aprile 2002)



REPETITA JUVANT

Non è una tendenza recente, è vero. Ancora prima di James Bond, di Guerre Stellari e di Indiana Jones, l'industria cinematografica ha sempre cercato di riproporre al pubblico i personaggi più amati e le storie più riuscite attraverso seguiti e rifacimenti delle pellicole di successo. Ma è un'impressione o di recente questa tendenza sta dilagando? E perché tanto accanimento?

Come ho avuto modo di accennare in un paio di articoli precedenti, oltre a essere appassionato di cinema, sono anche padre di tre bambini tra i due e i tredici anni. Non c'è da stupirsi che una buona parte della nostra videoteca sia composta da cartoni animati e da film per l'infanzia, e che io tenga d'occhio con attenzione particolare le nuove produzioni di titoli destinati a questo pubblico.

Ebbene, osservando l'elenco delle nuove uscite Disney ho avuto una strana sensazione di déjà vu. Il gobbo di Notre Dame 2 e Lilli e il vagabondo 2 si sono già affiancati al secondo volume della Sirenetta, al seguito del Re Leone, e alle tre storie di Aladdin; e sono annunciati Cenerentola II - Quando i sogni diventano realtà e l'uscita in sala di Peter Pan: ritorno all'isola che non c'è. Sembra proprio che in casa Disney si sia diffusa una vera e propria febbre da sequel, e molti dei suoi personaggi più famosi hanno ripreso vita nel seguito delle proprie avventure.
Lo ammetto: non ho visto i film che usciranno ed è senz'altro possibile che saranno eccellenti. Le scene del trailer di Ritorno all'isola che non c'è (reperibile sul DVD americano di Tron), con la nave di Capitan Uncino che incrocia uno stormo di caccia tedeschi nel cielo di Londra, sono indubbiamente suggestive; e benché sia evidente l'uso abbondante di computer graphics, il disegno sembra riprendere con naturalezza lo stile dell'originale. Non riesco invece a credere che si sentisse davvero la necessità di una Cenerentola II in cui la protagonista diventa una specie di Lady Di e si scontra con il cerimoniale di corte, nel tentativo di aprire le porte del castello ai suoi sudditi, con una delle sorellastre si ravvede e trova l'amore. Suvvia...

È anche vero che quello del sequel non è un fenomeno nuovo, né isolato.  Strategie di questo tipo vengono messe in atto da quando esiste la narrativa commerciale, hanno trovato il loro culmine letterario nel feuilleton (pensate ai moschettieri di Dumas!) e sono passate senza soluzione di continuità al cinema e alla televisione. Tra i primi successi del cinema hollywoodiano ci fu il fortunato serial dedicato a Flash Gordon negli anni Trenta, e, ancora oggi, tra i film in preparazione c'è il nuovo episodio di una delle più longeve serie della storia del cinema, quello cui Pierce Brosnan interpreta per la quarta volta la parte dell'agente 007. E mentre aspettiamo l'uscita del secondo (ma in realtà quinto) film della serie di Guerre Stellari, sembra ormai certo che Harrison Ford e Arnold Schwarzenegger si siano fatti convincere a reindossare i panni rispettivamente di Indiana Jones e del Terminator.
Non dimentichiamo poi che sono già in avanzata fase di produzione la conclusione della saga del Signore degli Anelli secondo Peter Jackson, il proseguimento delle vicende scolastiche di Harry Potter, e sia il prequel che il sequel di Matrix.
A suo tempo si parlò persino di dare un seguito a Thelma e Louise e a Titanic! E chi ha visto questi due film si rende conto di quanto fossero improponibili queste ipotesi (per quanto, se Sigourney Weaver, morta in Alien3, è stata poi clonata per il quarto episodio, peeché Di Caprio non potrebbe essere ritrovato ai giorni nostri ibernato in un iceberg come Capitan America?).

Ma perché oggi si assiste a un incremento nella realizzazione di seguiti? Secondo me, i motivi sono soprattutto due, dettati da una logica industriale, piuttosto che artistica: la riduzione del rischio, e quando possibile, l'abbattimento dei costi.
Il rischio, per chi realizza un film, è lo stesso di quello che deve affrontare un qualunque imprenditore: per progettare e realizzare un prodotto si devono sostenere dei costi, e se il risultato non incontra il favore dei potenziali acquirenti, anziché generare dei benefici si perdono anche le risorse investite.
Nel caso di una produzione cinematografica, soprattutto un film hollywoodiano di grande spettacolarità, questi costi sono astronomici, e quelli necessari per la promozione non di rado sono addirittura superiori a quelli di produzione. Il rischio è moltiplicato in modo esponenziale dal fatto che nessuno ha ancora capito veramente quali siano i fattori che determinano le preferenze del pubblico, come dimostrano l'alternarsi di flop miliardari e di piccoli film girati con pochi soldi che sbancano al botteghino.
Ecco quindi che il sequel (o il suo gemello, il prequel, che è un film realizzato dopo per raccontare quello che è successo prima degli avvenimenti già narrati) presenta sulla carta alcuni vantaggi. Da un lato si presume che ripetere una formula che ha già dimostrato di incontrare il favore degli spettatori, assicuri comunque un livello accettabile di incassi; dall'altro si riducono anche gli investimenti necessari, perché girare più episodi contemporaneamente permette di ottimizzare i costi di produzione e perché le spese per la promozione, comunque imponenti, si riducono se il pubblico - magari aiutato da un passaggio televisivo al momento opportuno - è già carico di aspettative nell'attesa della nuova pellicola. A volte l'attesa può protrarsi per anni fino a creare un “evento”, com’è successo per Guerre Stellari; in altri casi particolarmente fortunati, come i film di James Bond o quelli tratti da Star Trek, l'appuntamento si ripete periodicamente, e, se gestito con attenzione, sopravvive anche al mutare delle mode, delle generazioni, e persino degli interpreti principali.

C'è, naturalmente, un piccolo problema, un granello di sabbia nel meccanismo. Nonostante i presupposti i seguiti deludono spesso le aspettative del produttori e del pubblico, tanto da rivelarsi occasionalmente operazioni in perdita, a riprova del fatto che le previsioni di marketing contengono ancora molti elementi di incertezza. Com'è possibile?

Un film è una macchina estremamente complessa. Non è sufficiente riprendere gli attori e le ambientazioni di un film per ripeterne il successo. Bisogna anche essere capaci di ricombinare con abilità gli elementi del primo film, mantenere coerenza e riconoscibilità con l’episodio precedente, e, nello stesso tempo, aggiungere novità che impediscano allo spettatrore di annoiarsi.  L’equilibrio è ancora più difficile da raggiungere la seconda volta, perché, rispetto al film precedente le aspettative del pubblico sono aumentate. Per questo, è molto più difficile riuscire a soddisfarle pienamente.

Facciamo solo due esempi: riuscitissimo il seguito di Toy Story, perché i personaggi mantengono le stesse caratteristiche ma si arricchiscono di nuove sfaccettature, e le idee di base - i giocattoli che hanno una vita propria, l’importanza dell’amicizia - sono le stesse, ma trattate in modo completamente differente. Un mezzo fallimento invece Il gioiello del Nilo, perché non ci sono più gli elementi di novità di All'inseguimento della pietra verde; e anche se i personaggi sono gli stessi, e interpretati dagli stessi attori, a differenza di quanto era accaduto nel primo film essi non evolvono nel corso della storia, che diventa noiosa e ripetitiva.
Anche i film di James Bond, dai quali in fondo ci si aspetta che ricalchino sempre una struttura simile, hanno conosciuto un momento di stanchezza ai tempi di Roger Moore, quando le storie erano diventate intercambiabili e mutavano solo l’ambientazione e le protagoniste femminili; ma hanno ripreso vitalità quando si è riusciti a presentare sfaccettature diverse del personaggio principale (Vendetta privata, con Timothy Dalton) o ad affiancargli comprimari meno scontati (la splendida Michelle Yeoh, compagna alla pari in Il domani non muore mai, o la brava Judy Dench, "M" al femminile, superiore gerarchico del personaggio maschilista per eccellenza).

Il paradosso è proprio questo, ed è valido nel cinema come in qualunque altro campo: i rischi si riducono ripetendo formule già collaudate, ma insieme con questi si riducono anche i potenziali ritorni, perché prima o poi i clienti si abituano, si stancano e cercano novità altrove. Solo chi ha avuto il coraggio di uscire dagli schemi collaudati e di esplorare strade nuove, a costo di affrontare concretamente la possibilità di un fallimento, ha la possibilità - e comunque non la certezza! - di attrarre nuovo pubblico e cavalcare l’onda del successo.

Concludo ricordando un altro esempio, solo in apparenza diverso, di tentativo di giocare sul sicuro riprendendo un modello già dimostratosi vincente e che, in pratica, produce frequentemente effetti spesso contrari a quelli auspicati: il rifacimento. Anche il remake, infatti, si prefigge di dare nuovamente al pubblico ciò che questo ha già dimostrato di gradire, e anzi cerca di aumentare l’appeal del prodotto aggiornando l’ambientazione e le situazioni al gusto del momento o sfruttando il richiamo di attori all’apice della popolarità. Talvolta, sequel e remake si sovrappongono: Fuga da Los Angeles si presenta come un seguito ma in realtà è piuttosto un rifacimento di 1997: Fuga da New York.

I problemi che affliggono i remake sono però gli stessi che affliggono i sequel: mancanza di originalità, difficoltà di combinare elementi preesistenti con altri nuovi, incapacità di soddisfare le aumentate aspettative del pubblico. A questi se ne aggiunge uno del tutto particolare: si fanno, a mio parere, i rifacimenti dei film sbagliati.
Non sono i film di successo che andrebbero rifatti! Com'era possibile riprodurre oggi l'atmosfera di Psycho, o la magia di Sabrina? Com’era possibile immaginare di poter ricreare quell'incredibile, perfetta miscela che ne ha fatto dei classici, e che tutti siamo in grado di percepire ma nessuno sa definire? Sono le pellicole che “sono andate male,” che trarrebbero vantaggio da una nuova realizzazione che tenesse conto dei motivi del loro fallimento, questi sì solitamente più facili da individuare. Ma questo vorrebbe dire fare un film nuovo,  immaginare, inventare, investire per farlo conoscere al pubblico, correre dei rischi...

Oggi il cinema è una grande industria, le case produttrici appartengono a corporation che guardano soprattutto al bilancio di fine anno e ai dividendi per gli azionisti. Arte, immaginazione, coraggio e originalità non sono monete che abbiano buon corso in questi ambienti e vengono apprezzate solo quando si sono già dimostrate vincenti e proficue e si presume che il miracolo si possa ripetere.
Bisogna essere piccoli, determinati, testardi e un po' incoscienti, per essere davvero creativi e innovativi. E questo è dimostrato dal fatto che ormai i successi più grandi e inaspettati - e quelli che rendono di più rispetto agli investimenti iniziali - sono quasi sempre frutto di coraggiosi produttori indipendenti.

Poi arriva la major, compera i diritti, e produce il seguito. Qualche volta, vale persino la pena di andare a vederlo.

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