FINESTRA SUL CORTILE
di Cesare Cioni

(da "DVD World" n. 34, Novembre 2002)



PENSARE QUADRIMENSIONALMENTE

Quella che gli anglosassoni chiamano science fiction e che in italiano definiamo efficacemente (anche se non del tutto esattamente) fantascienza cerca di rispondere agli interrogativi che nascono immaginando  un mondo, o addirittura un intero universo, nel quale si sono verificate determinate condizioni - e l’autore dimostra la propria bravura nel rigore e nella verosimiglianza con cui pone le regole di base e ne sviluppa l’evoluzione.
Proprio per questa sua natura speculativa, la fantascienza è, per definizione, orientata al futuro - con la sola eccezione della cosiddetta storia alternativa, che immagina mondi presenti o passati in cui le cose sono andate diversamente - e l’artista e il suo pubblico sono osservatori che, con il pensiero, scavalcano gli anni e i secoli per osservare una realtà a venire.
Esiste però un ramo specifico di questo genere in cui i sono personaggi stessi delle narrazioni a spostarsi nel flusso temporale, e non solo nel ruolo di osservatori  ma anche di attori in tempi diversi dal proprio, con le conseguenze più disparate. Stiamo parlando dei viaggi nel tempo, inaccettabili per la fantascienza più rigorosa in quanto esclusi dalle attuali conoscenze scientifiche, ma non per questo impossibili per chi ha come unici limiti quelli della propria fantasia.

Per secoli la maggior parte delle incursioni nel futuro è stata giustificata con visioni o sogni, dall’Apocalisse al dickensiano Cantico di Natale. Dobbiamo arrivare alla fine dell’Ottocento perché vengano scritti i due romanzi che meglio rappresentano i due diversi itinerari possibili per questi viaggiatori: nel 1889 Mark Twain dà alle stampe A Connecticut Yankee at King Arthur’s Court (Un americano alla Corte di Re Artù), e pochi anni dopo H.G. Wells pubblica, da questa parte dell’Oceano, il suo The Time Machine (La macchina del Tempo, 1895). Da allora tutti gli autori di fantascienza e molti scrittori d’altra estrazione (persino il nostro Emilio Salgari!) si sono cimentati con l’argomento, riesplorando questi due percorsi: quello dell’uomo moderno e “tecnologico” che risale la corrente e si trova a vivere in un’epoca anteriore alla nostra o dell’esploratore del futuro che ha la possibilità di scoprire come sarà il mondo dell’avvenire. La prima variazione offre la possibilità di mettere in contrasto la nostra mentalità e la nostra tecnologia con quelle del passato, e di costruire e risolvere eleganti paradossi; la seconda si presta maggiormente a voli di fantasia e alla critica sociale. Tuttavia anche le previsioni più attente e verosimili sono state quasi sempre smentite dal reale scorrere del tempo, e dal verificarsi di scenari più originali di quelli ipotizzabili dall’immaginazione più sfrenata.

Nel settore dell’home video, le uscite a poche settimane di distanza dell’ultima versione cinematografica di La macchina del tempo e dello splendido cofanetto con la trilogia di Ritorno al futuro ci offrono lo spunto per una carrellata su alcune delle pellicole più interessanti che hanno affrontato questo tema, e per confrontarne il tono e lo spirito.

La prima e più famosa versione filmata del romanzo The Time Machine fu diretta da George Pal nel 1960 ed è disponibile su DVD anche in Italia con il titolo L’uomo che visse nel futuro. Rispetto al romanzo, gli elementi di critica sociale della società futura, divisa tra i pacifici ma apatici Eloi e gli aggressivi antropofagi Morlock furono sfumati e, dopo una bella prima parte ambientata a fine ‘800, i trucchi che allora valsero al film un Oscar sembrano oggi datati è un po’ rudimentali. Ma se si accettano questi elementi senza volerli giudicare con gli occhi smaliziati di uno spettatore odierno, il film è ancora godibile e divertente, ben costruito e interpretato, con un finale “aperto” che fa pensare. L’edizione in DVD è arricchita inoltre da un bel documentario di quarantacinque minuti sulla realizzazione del film.

Dei decenni immediatamente successivi citiamo solo una pellicola, il ben noto Pianeta delle Scimmie (Planet of the Apes, 1968), che si rivela essere un film sul viaggio nel tempo solo nella celeberrima inquadratura finale, e i suoi seguiti, soprattutto il terzo, Fuga dal Pianeta delle Scimmie (Escape from the Planet of The Apes), nel quale il loop temporale si chiude con un viaggio a ritroso delle scimmie Zira e Cornelius, creando i presupposti per gli avvenimenti narrati nei primi due film della serie.

Nel 1979 viene proiettata un’altra pellicola ispirata all’opera di Wells, e ancora degna di attenzione nonostante gli effetti speciali ridotti all’essenziale e la regia ancora inesperta del romanziere/regista Nicholas Meyer.  Si tratta de L’uomo venuto dall’impossibile (Time After Time), in cui si immagina che H.G. Wells non abbia solo scritto il libro, ma anche effettivamente costruito una macchina del tempo, e sia costretto ad usarla per dare la caccia a Jack lo Squartatore nella San Francisco contemporanea. E’ un film leggero e perfetto, un intelligente mix di fantascienza, suspense, commedia romantica e satira sociale (Jack lo Squartatore è molto più a suo agio dell’idealista Wells nel violento mondo di oggi). Il film è interpretato con garbo da un inedito Malcom McDowell e una deliziosa Mary Steenburgen - i due si innamorarono sul set , ma questa è un’altra storia - ed è disponibile su DVD solo negli Stati Uniti. Arricchito da un piacevolissimo commento del regista e dell’interprete principale, il disco è purtroppo privo di audio o sottotitoli in italiano, ma è compatibile anche con i lettori europei.

Se Time After Time conteneva anche una gradevole vena romantica, questo elemento prende totalmente il sopravvento in Ovunque nel Tempo (Somewhere in Time), dell’anno dopo. Tratto da Bid Time Return, uno splendido romanzo di Richard Matheson, indimenticabile sceneggiatore di molti dei migliori episodi della serie televisiva Ai confini della realtà, e interpretato con fin troppa serietà dal Superman cinematografico Christopher Reeve e da Jane Seymour. Il film non è all’altezza del libro, al quale aggiunge uno dei finali più insopportabilmente melensi della storia del cinema.  Quello che è degno di nota è il fatto che il protagonista non ha bisogno di aiuti tecnologici ma - spinto dall’amore per una donna del passato - riesce a viaggiare nel tempo e a raggiungerla solo circondandosi di oggetti d’epoca e convincendosi di essere in un’altra epoca, fino ad esserci davvero. Questo espediente, sfruttato anche da altri in letteratura, è interessante perché per quanto sembri assurdo è quello più vicino alle teorie scientifiche che vedono il tempo come una dimensione vera e propria in cui passato, presente e futuro coesistono e nella quale noi siamo consapevoli solo dell’attimo che percepiamo.
Nonostante i suoi difetti e un iniziale insuccesso in sala, Ovunque nel Tempo ha acquistato negli anni una folta schiera di appassionati, e merita di essere visto anche solo per la ricostruzione d’epoca e la musica di John Barry. In Italia non è pubblicato, ma esiste in DVD negli Stati Uniti in una “edizione del ventesimo anniversario” con commento del regista e un lungo documentario.

Un’atipica incursione italiana nel genere è quella realizzata nel 1984 da Massimo Troisi e Roberto Benigni con Non ci resta che piangere. Il viaggio nel tempo - il cui meccanismo non viene in alcun modo spiegato - è soprattutto un’opportunità per i due attori di dar risalto ai rispettivi, diversissimi talenti comici. Sono comunque da ricordare i goffi tentativi di Troisi di conquistare la Sandrelli spacciando per proprie composizioni gli hits del futuro, in un’originale variazione dello sfruttatissimo luogo comune del viaggiatore proveniente dal futuro che ricorre alle conoscenze del suo tempo per impressionare i suoi interlocutori. Il film è disponibile su DVD, arricchito da una lunga sequenza tagliata in fase di montaggio.

Benigni e Troisi sono senz’altro tra i viaggiatori del tempo più simpatici e accattivanti che sia dato incontrare - molto più di quello interpretato da Arnold Schwarzenegger nelle due pellicole dirette da James Cameron Terminator (The Terminator, 1984) e Terminator 2 - Il giorno del Giudizio (Terminator 2 - Judgment Day, 1991. Se nel primo film Arnold è un’implacabile macchina di morte, nel secondo - box office oblige - è passato dalla parte degli umani, ma il suo avversario, il mutaforma T1000, non è meno temibile. I due film si differenziano perché mentre nel primo i viaggiatori del futuro non riescono a cambiare il corso degli eventi, ed anzi sono proprio essi a determinare l’avvenire da cui provengono, nel secondo ci viene prospettata l’ipotesi che gli avvenimenti futuri siano invece modificabili (la versione originale di T2, accessibile come “extra” nascosto  nell’edizione americana su DVD, è ancora più esplicita) - lasciando inspiegato il paradosso di viaggiatori provenienti da un futuro che non esisterà.
In attesa del terzo episodio, attualmente in preparazione e nel quale dovrebbe apparire la prima Terminatrix, questi film sono disponibili in Italia, ma le edizioni in DVD non sono paragonabili a quelle estere, soprattutto per quanto riguarda il secondo, uscito in America in un elegante confezione in metallo satinato, e distribuito su due dischi, il primo del quale contiene ben tre versioni diverse del film.

Veniamo finalmente alla serie di film che ha più di ogni altra sfruttato le tematiche del viaggio nel tempo, utilizzandole tutte e anzi inventando variazioni inedite. Dopo il successo planetario e insperato di Ritorno al futuro (Back to the Future, 1985), il regista Robert Zemekis e lo sceneggiatore e produttore Bob Gale realizzarono quattro anni dopo due seguiti, strettamente collegati: Ritorno al futuro parte II (Back to the Future part II, 1989) e Ritorno al futuro parte III (Back to the Future part III, 1990). Senza scendere nel dettaglio dei film e delle splendide edizioni su DVD, sulle quali trovate abbondanti informazioni in altre pagine di questo stesso numero, possiamo notare che Marty e Doc non tralasciano alcuna delle possibilità offerte dalla De Lorean (che avrebbe dovuto, in una prima idea, essere un frigorifero!): spostamenti nel passato prossimo, nel futuro, nel passato remoto e in linee temporali alternative, con incontri tra personaggi provenienti da diverse epoche e linee temporali, con i propri figli e genitori, e addirittura tra incarnazioni differenti della stessa persona a diverse età.
Niente è lasciato al caso, in un meccanismo a orologeria in cui citazioni, collegamenti e richiami rendono i tre film un unico insieme organico e coeso. Una nota interessante è che nel terzo episodio la maestrina che si innamora di Doc è  la stessa Mary Steenburgen che pochi anni prima aveva affascinato H.G. Wells in Time After Time. La dolce Mary ha evidentemente un debole per i viaggiatori del tempo!

Nel 1987 San Francisco è ancora meta di un’escursione temporale, questa volta da parte di visitatori dal futuro, in Star Trek IV - Rotta verso la terra (Star Trek IV -The Voyage Home). Per il capitano Kirk e l’equipaggio dell’Enterprise non si tratta del primo salto nel passato, ma è il primo sul grande schermo. Il suo successore, il Capitano Picard, viaggerà a sua volta nel passato in Primo Contatto (Star Trek: First Contact, 1996), e sarà testimone del lancio della prima astronave a curvatura; ma anche per lui non si tratterà di un’esperienza inedita, dato che i viaggi nel tempo sono una costante di tutte le serie televisive dell’universo Trek, tanto da richiedere addirittura l’istituzione di un Ente apposito per controllarne le possibili alterazioni. Tutti questi film sono già disponibili su DVD in edizioni piuttosto scarne, ma è in corso una ristampa di tutte le pellicole della serie in nuove edizioni a doppio disco con un ampio corredo di extra.

Nessuna alterazione temporale, nessuna contraddizione, nel bellissimo e memorabile L’esercito delle dodici scimmie (12 Monkeys, 1995) di Terry Gilliam. Interpretato con incredibile intensità da Bruce Willis e da Brad Pitt in ruoli totalmente differenti da quelli che li hanno resi famosi, la storia di un viaggiatore del futuro che cerca di scoprire le origini dell’epidemia che ha decimato la razza umana è un capolavoro di eleganza formale. Gilliam, ex Monty Python e regista sempre originale, risolve tutti gli apparenti paradossi chiudendo in un perfetto cerchio la vicenda della razza umana e quella più personale del protagonista. Inizio e fine coincidono, quello che è stato e quello che sarà si bilanciano e si completano. L’edizione in DVD è arricchita da uno dei migliori commenti audio mai realizzati e da un vero e proprio film sulla realizzazione della pellicola. Purtroppo la versione italiana è penalizzata dall’assoluta mancanza di traduzione o sottotitoli in italiano di tutti i materiali aggiuntivi.

Concludiamo con qualche parola a proposito del recente remake di La Macchina del Tempo, The Time Machine, diretto da Simon Wells (pronipote, si sostiene, di H.G. Wells stesso). Uscito nella scorsa primavera sul grande schermo e da poco disponibile anche in DVD, il film si avvale di un budget maggiore, e soprattutto di effetti speciali molto più sofisticati del suo predecessore del 1960 (il quale, insieme con il romanzo, viene esplicitamente citato nel corso del film stesso). Il trasferimento dell’azione a New York e l’inserimento di un elemento romantico per motivare il desiderio del protagonista di viaggiare nel tempo non impediscono alla pellicola - nonostante qualche ingenuità quali il perfetto inglese, l’acconciatura e il makeup sfoggiati da Samantha Mumba (Mara) dopo 800.000 anni e il crollo della civiltà - di mantenersi interessante e godibile per quasi un’ora.  Purtroppo con l’arrivo dei  Morlock - che i progressi della tecnologia e del trucco non riescono a rendere più credibili di quelli di quarant’anni fa - nell’ultima mezzora la situazione precipita progressivamente nel ridicolo e quindi nell’umorismo involontario, fino all’apparizione di un imbarazzante Jeremy Irons nel ruolo di un “Uber-Morlock” e a una conclusione totalmente inverosimile. Peccato, perché la sceneggiatura presenta spunti e idee interessanti che avrebbero meritato miglior sviluppo. Del tutto adeguato, invece, il DVD appena pubblicato, che gode di un ottimo transfer e contiene trailer, documentari, scene inedite e addirittura due diversi commenti audio.

Dal 1895 al 2002: per oltre cento anni la macchina di Wells e quelle dei suoi imitatori ed epigoni letterari e cinematografici hanno fatto viaggiare con il pensiero milioni di lettori e di spettatori. Il tempo ci affascina e a volte ci spaventa, trascinandoci con sé nel suo scorrere implacabile, viaggiatori in una sola direzione, verso il futuro, a ritmi apparentemente sempre più frenetici, ma sempre alla velocità imposta di un giorno ogni ventiquattr’ore. Soprattutto oggi che tutte le altre barriere sembrano infrante, e questa invece si mostra invalicabile e imperscrutabile, siamo attratti da questi racconti. Dal sogno di poter un giorno affrancarci anche da quest’ultima schiavitù, e muoverci liberamente anche lungo questa dimensione.

“Dove andiamo noi non c’è bisogno di strade!” - Doc Emmet Brown, Ritorno al futuro

© 2002 Edizioni Milano Publishing